180 case vuote a GIARRE … “Perchè continuano a costruire le case e non lasciano l’erba …”

un mare di case vuote,  nuove costruzioni invendute, una decina in costruzione, decine di case degli anni 50 o 60 del secolo scorso disabitate e anche qualche rudere.

Celentano nel 1966  cantava “Perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba … eh no! se va avanti così … dove finirà?”  ( “Il ragazzo della Via Gluck”).  Per decenni si è costruito troppo e in modo sparso, senza un progetto di quartiere-comunità; e ora paghiamo le conseguenze delle scelte sbagliate di tutte le passate amministrazioni, perché sarà più difficile e costoso garantire al quartiere i servizi di base e la qualità della vita.
Il piano di assetto del territorio (PAT) che l’amministrazione intende approvare entro il 2013 è una straordinaria occasione per chi vive nel quartiere: possiamo immaginare come sogniamo il quartiere fra 15 o 20 anni, per i bambini che nel 2030 saranno adulti,  possiamo chiedere con forza all’amministrazione che questo sogno sia scritto nel PAT.

Non lasciamo che siano altri a scrivere il futuro del quartiere, nessun tecnico o politico che vive altrove sa meglio di chi ci vive cosa è bene per il quartiere.

ecco i dati che abbiamo raccolto nel quartiere …

l’area devastata dal progetto fallito di piscine termali …

case nuove e quel che resta della campagna

il parco di villa Sgaravatti o meglio,  di quel che resta della villa …

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Nessuna risposta

  1. orlando ha detto:

    OK MANCA LA VIA BARSANTI

  2. comitatogiarre ha detto:

    Pubblichiamo una lettera inviataci dal prof. Giovanni Ponchio, ex sindaco di Abano Terme, a seguito anche dell’articolo uscito sul Mattino di Padova pochi giorni fa.

    Vi scrivo non per alimentare polemiche che lascio volentieri al sindaco. Ma per dare il mio piccolo contributo alla riflessione che avete provocato su Giarre e la sua dimensione urbana.
    Il censimento delle abitazioni sfitte e le fotografie sugli scempi edilizi sono elementi necessari, ma non sufficienti a comprendere la realtà del territorio. Come chi voglia capire un film e si limiti a guardare l’ultimo fotogramma e i titoli di coda.
    Mi pare che per leggere in profondità qualsiasi fenomeno sociale e urbano occorra avere la pazienza di avvolgere la pellicola e proiettare il film almeno degli ultimi vent’anni. Nel caso di Giarre basta risalire alla fine degli anni ’90 e all’approvazione del Piano Regolatore Generale. Quel Piano, tuttora vigente, fu gestito da quattro amministrazioni (Pillon, Ponchio, Bronzato, Claudio) e da due commissari governativi.
    Quando fu adottato, Giarre era la frazione isolata di una dei centri termali più importanti d’Europa.
    Stava vivendo non solo il tradizionale isolamento tra la ferrovia e la linea del canale di Battaglia, ma soprattutto il fallimento della FIDIA. Perché il crack del più importante centro italiano di ricerca e di produzione del farmaco neurale non aveva coinvolto soltanto il capitale economico e scientifico e il lavoro di oltre mille tra ricercatori, impiegati ed operai. Aveva profondamente mutato il destino della zona su cui si prevedeva un grande parco scientifico e tecnologico (raddoppio FIDIA) le prospettive residenziali ad esso legate (raddoppio della popolazione).
    Giarre non era più un piccolo borgo agricolo, ma nemmeno quello che nei primi anni ’90 l’amministrazione Gennaro aveva previsto, ossia il polmone scientifico – industriale della città termale più importante d’Europa.
    Che cosa doveva o poteva Giarre?
    La risposta si trova all’interno del P.R.G. vigente. Ma si tratta di una risposta incompleta, parziale ed in parte non realizzabile.
    Mi limito, per esigenze di spazio a fare l’elenco delle scelte urbanistiche in esso contenute.
    1. La vasta area che doveva servire al raddoppio della FIDIA ridivenne agricola.
    2. Due sottopassi ferroviari furono previsti per far uscire il paese dal suo isolamento.
    3. Sugli edifici storici furono disposti vincoli di salvaguardia (villa Mocenigo, villa Sgaravatti, gli edifici all’ingresso occidentale di via Roveri, la masseria antistante il viale della stazione per fare qualche esempio). Anche la più vasta ed intatta area agricola di Abano (campagna Sgaravatti) fu vincolata mediante la previsione di un campo di golf. Il Piano Particolareggiato più che creare le condizioni per la struttura sportiva doveva preservare un’area preziosa dalle trasformazioni edilizie dei fondi agricoli. Si trattò del medesimo sistema di vincoli adottato per preservare l’area ai piedi del colle di S. Daniele.
    4. Una fascia verde per servizi sportivi fu prevista lungo l’area limitrofa al canale Battaglia.
    5. L’obiettivo di strutturare un centro urbano denso ed omogeneo venne definito mediante la previsione di un sistema di condomini per residenza sovvenzionata e convenzionata (PEEP) da realizzare nelle aree libere tra via Roveri e via Podrecca, in maniera da determinare una notevole densità edilizia lungo il percorso ferrovia – chiesa. La costruzione di un imponente volume edilizio fu pensato anche come condizione necessaria per mantenere a Giarre una serie di servizi che altrimenti potevano non esistere o vivere con grande difficoltà: scuole elementari e medie, trasporti pubblici, poste, ambulatori medici, farmacia, palestre e servizi sportivi, sale pubbliche.
    Ma in questi ultimi quindici anni che cosa di quelle previsioni fu realizzato?
    a) Giarre esce dall’isolamento, grazie alla costruzione dei due sottopassi ferroviari e alla nuova linea di autobus A (amministrazione Ponchio).
    b) La salvaguardia degli edifici storici riesce. Ma il loro restauro e recupero funzionale no. Ad eccezione di villa Sette e delle sue pertinenze, occupate dalla pellicceria Pajaro. Le altre ville storiche sono avviate al degrado totale, perché senza un interesse specifico per il recupero funzionale da parte dei proprietari, non c’è nessuno che vi possa intervenire.
    c) Sull’area dedicata ai servizi sportivi lungo il canale Battaglia nasce l’aborto pubblicato sul sito. Il sequestro del cantiere per uso di materiali non a norma conclude l’avventura economica di un imprenditore assai sprovveduto.
    d) La realizzazione del campo di golf rimane una semplice intenzione, nonostante il consiglio Comunale nel 2004 raddoppi, sul modello Montecchia, il volume residenziale del Piano Particolareggiato. Nessun progetto esecutivo dell’area sportiva, nessun metro cubo residenziale progettato.
    e) La costruzione di una fascia residenziale PEEP, densamente popolata non va in porto, perché i terreni sono frazionati tra almeno 50 proprietari diversi e molte aree sono di pertinenza di case già esistenti. Di fronte a questa situazione il Consiglio Comunale nel 2005 approva una Variante che diminuisce la densità di cubatura e trasforma la natura dell’intervento. L’edilizia sovvenzionata e convenzionata viene spostata sull’area limitrofa alla caserma 1 °ROC, in maniera da costituire un continuum edilizio con essa e i suoi spazi sportivi. La prospettiva urbanistica che emerge da tale scelta è quella di saldare la nuova residenza popolare con il recupero degli edifici della caserma e quelli dell’area della stazione, in previsione del potenziamento della ferrovia determinato dalla Metropolitana Leggera di Superficie.
    Durante l’amministrazione Bronzato la Variante viene snaturata. L’edilizia sovvenzionata scompare e quella convenzionata, anche per effetto della crisi edilizia, si vende a prezzi di poco inferiori a quelli di mercato. Rimangono superstiti i campi sportivi abbandonati a se stessi.
    f) Durante tutto il periodo, alcuni servizi sono trasferiti e altri non più finanziati. Infine l’amministrazione Bronzato, per fare cassa, mette in vendita le proprietà comunali della zona.

    Questa è la sintesi del film che conduce all’ultimo fotogramma.
    Ma, mentre scorrono i titoli di coda, il problema diventa: che fare? Come dare forma urbana ad una comunità di persone, come quella di Giarre?
    Io non possiedo formule magiche. Penso però che vi siano due condizioni che rendono possibile una risposta concreta. La prima è che si coltivi la conoscenza storica del territorio. La seconda che sulle scelte urbanistiche si attui una vera partecipazione popolare nel momento in cui i progetti nascono, non quando sono confezionati e pronti per essere inviati in Regione (o in Provincia).
    Se invece in città regneranno l’ignoranza e la protervia, nessuna comunità civile potrà formarsi, né alcuna forma urbana realizzarsi.

    Giovanni Ponchio

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